Percorso pedonale Stazione Termini - Via dei Fori Imperiali

Sabato 9 e domenica 10 ottobre visite guidate gratuite

Il collegamento pedonale diretto tra il nodo centrale della stazione Termini e l'area archeologica dei Fori è stato ideato per valorizzare ulteriormente l'area in chiave sostenibile e garantirne una migliore fruibilità per cittadini e turisti. 

Sabato 9 e domenica 10 ottobre sarà possibile percorrere il nuovo itinerario Termini-Fori con visite guidate di 1 ora e 30 circa, con partenza alle 10.30 ed alle 15.30 dal box informativo di piazza dei Cinquecento, lato Mura Serviane (dove sono in distribuzione le mappe del percorso).

Dal mese di luglio 2021, via dei Fori Imperiali è interamente pedonalizzata e chiusa al traffico per un intero fine settimana al mese, come già avviene nei soli giorni festivi.

Mappa percorso pedonale Termini- Fori Imperiali

Rione MontiCosì chiamato perché comprendeva originariamente i colli Viminale, Quirinale, parte dell’Esquilino e del Celio, Monti è il più antico tra i rioni di Roma, costituitosi nel 1743. In età romana quest’ampio territorio comprendeva la malfamata Suburra, a ridosso dei Fori, ma anche le ricche domus e le ville dei personaggi illustri, ed era percorso da vie quali l’Argiletum, il Vicus Patricius e la via Biberatica. A mantenere vivo un territorio spopolato nel corso del Medioevo fu la presenza delle importanti Basiliche di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore, da sempre meta dei devoti; lo sviluppo urbanistico dell’Ottocento, poi, trasformò l’intera zona con l’aggiunta di nuove direttrici: le odierne via Nazionale e via Cavour. Oggi si può scegliere se muoversi lungo via Urbana, via del Boschetto, via dei Serpenti o via Panisperna oppure perdersi nei pittoreschi vicoli tra rovine e botteghe artigiane, madonnelle e locali a caccia di scorci indimenticabili.

via UrbanaVia Urbana deve il suo nome a Papa Urbano VIII (pontefice dal 1623 al 1644), nato Maffeo Vincenzo Barberini, il quale promosse importanti lavori di ristrutturazione del percorso che ricalcava il primo tratto dell’antico Vicus Patricius che andava dall’Argiletum fino a Porta Viminalis (l’ultimo tratto è oggi occupato da via Massimo D’Azeglio). Si snocciolano lungo il suo percorso, tra le arcate di ingresso dei palazzetti signorili e le edicole sacre, l’antica chiesa di Santa Pudenziana, più volte restaurata nel corso dei secoli, la chiesa del Bambino Gesù col Monastero delle Oblate e quella di San Lorenzo. Davanti al Monastero del Bambino Gesù la pietra d’inciampo dedicata a don Pietro Pappagallo ci ricorda il sacerdote che qui visse e prestò soccorso ai perseguitati dal Nazi-fascismo prima di morire tra i 335 martiri delle Fosse Ardeatine.

FontanaCosì denominata per la vicinanza con il seicentesco Collegio dei Neofiti o Catecumeni, la fontana venne disegnata dall’architetto Giacomo della Porta (1533-1602) nel 1588. Venne alimentata dall’acqua Felice nell’ambito del programma di riqualificazione della città promosso da papa Sisto V Peretti (1585-1590). L’opera fu iniziata dallo scalpellino Battista Rusconi, mentre la sistemazione della scalinata si deve al successivo intervento di Girolamo de Rossi che nel 1595 operò per “spianare, assettare e nettare la scalinata a torno la fontana”. La fontana si compone di una vasca ottagonale adorna di riquadri con l’emblema del pontefice e gli stemmi del Comune. Al centro si levano due balaustri sovrapposti che sostengono altrettanti catini. Mentre il bacino inferiore, caratterizzato da quattro mascheroni grotteschi che versano acqua, spetta all’originaria sistemazione, quello superiore ha sostituito un calice sormontato dal trimonzio dello stemma Peretti nel corso di un restauro condotto durante il pontificato di Innocenzo XI Odescalchi (1676-1689). La fontana è stata sottoposta a restauro nel 1997, anno nel quale l’area circostante è stata ripavimentata e pedonalizzata.

Teatro dell'OperaIl Teatro dell’Opera, per il periodo compreso tra la sua edificazione (1879), voluta da Domenico Costanzi (1810-1898), e il 1926, anno in cui il teatro fu acquistato dall’allora Governatorato di Roma, portò il nome del suo costruttore. La sua realizzazione venne affidata all’architetto milanese Achille Sfondrini (1836-1900), specializzato nella costruzione e nel restauro di teatri. Fu inaugurato il 27 novembre 1880 con l’opera Semiramide di G. Rossini, alla presenza dei sovrani d’Italia. Sfondrini progettò il teatro privilegiando soprattutto il risultato acustico e concependo la struttura interna come una “cassa armonica”; la forma a ferro di cavallo ne è una delle prove più evidenti. In origine il teatro, in grado di accogliere 2212 spettatori, disponeva di tre ordini di palchi, di un anfiteatro e di due gallerie separate; il tutto sormontato dalla cupola, di pregevole fattura, affrescata da Annibale Brugnoli. Il Teatro ospitò “prime assolute” di opere, quali Cavalleria Rusticana di P. Mascagni (17 maggio 1890) e Tosca di G. Puccini (14 gennaio 1900). Con l’acquisto del Costanzi da parte del Comune di Roma, il teatro diventò “Teatro Reale dell’Opera” e ne fu disposta una parziale ristrutturazione, affidata all’architetto Marcello Piacentini. Fu nuovamente inaugurato il 27 febbraio 1928 con l’opera Nerone di A. Boito, diretta dal maestro Gino Marinuzzi. La ristrutturazione comportò notevoli cambiamenti: l’ingresso fu spostato dalla parte diametralmente opposta rispetto all’originario, venne acquisito il terreno su via del Viminale e realizzata Piazza Beniamino Gigli e conseguentemente la nuova facciata in stile neorinascimentale, costituita da due avancorpi laterali, sormontati da timpani a lunetta e da un corpo centrale scandito da due ordini di portici. Con il risultato referendario del 1948 e la conseguente proclamazione della Repubblica nella denominazione del Teatro dell’Opera decade l’aggettivo “Reale”. Tra il 1958 ed il 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, l’edificio teatrale subisce nuove trasformazioni sempre ad opera dell’architetto Marcello Piacentini.

BasilicaTra le più antiche basiliche cristiane di Roma, Santa Pudenziana trae origine dal titulus Pudentis ovvero la domus del senatore Pudente convertito al cristianesimo, secondo la tradizione. insieme alle figlie Pudenziana e Prassede. L’originario luogo di culto cristiano si ergeva su una casa romana in seguito convertita in edificio termale nel quale uno degli ambienti venne dedicato al culto cristiano da papa Pio I (140-155). Dedicato a San Pietro da Papa Siricio (384-399), secondo quanto riportato dal Liber Pontificalis, il primigenio luogo di culto venne trasformato in basilica cristiana dai presbiteri Ilicio, Leopardo e Massimo e da questi intitolata a Santa Pudenziana. L’edificio cristiano ospita uno tra i più antichi mosaici absidali datato tra il 410 e il 417 d.C. realizzato, quindi, durante gli anni di papa Innocenzo I. Il mosaico, sebbene rimaneggiato nel corso dei secoli, rappresenta Cristo in trono con un libro nel quale vi è scritto “Dominus Servator Ecclesiae Pudentianae” cioè “Il Signore ha salvato la chiesa di Pudente”. Cristo è rappresentato benedicente accanto agli apostoli (ne sono rimasti 10 in seguito ai lavori di Francesco Capriani detto “il Volterra” avvenuti nella seconda metà del XVI secolo) e a due figure femminili forse Pudenziana e Prassede più significativamente simboli della “Chiesa dei Gentili” e della “Chiesa degli Ebrei” nell’atto di offrire corone al Redentore. Sullo sfondo è rappresentata una città forse Gerusalemme dove risalta una croce gemmata secondo la tradizione fatta erigere sul Calvario dall’imperatore Teodosio II. Sebbene soggetta, nel corso dei secoli, a numerosi interventi di ristrutturazione e restauro Santa Pudenziana conserva ancora i tratti originari rappresentando oggi una delle testimonianze meglio conservate della Roma paleocristiana.

Foro di NervaIl Foro di Nerva è il quarto dei Fori Imperiali, grandi piazze circondate da portici e arricchite da templi ed edifici, destinate nell’antica Roma alla vita pubblica. Ognuno di essi fu voluto o inaugurato da un imperatore, dal quale ha preso il nome. In particolare, il Foro di Nerva fu iniziato da Domiziano (81-96 d.C.) ma fu inaugurato dal suo successore Nerva (96-98 d.C.) nel 97 d.C. Si trattava di uno spazio stretto e profondo di circa 45×170 metri, circondato sui lati lunghi da colonne aggettanti: ne restano due del lato sud, ben visibili da Via Alessandrina, che per il loro stato di rudere sono state soprannominate “Colonnacce”. Nel fregio posto al di sopra delle Colonnacce è raccontato il mito di Aracne, secondo le Metamorfosi di Ovidio: la fanciulla aveva osato sfidare e vincere Minerva nell’arte della tessitura ed era stata per questo punita dalla dea con la trasformazione in ragno (aracne in greco antico). Al di sopra del fregio si conserva ancora un rilievo che mostra una figura femminile con elmo e scudo: interpretata da sempre come un’immagine di Minerva, essa è stata invece recentemente identificata con la personificazione dei Pirusti, antica popolazione della Penisola Balcanica assoggettata dai Romani. Il lato est del Foro era chiuso dal Tempio di Minerva, dea della guerra, alla quale Domiziano era molto devoto. Restato integro per secoli, fu demolito tra la fine del XVI secolo e il principio del successivo per il recupero dei preziosi marmi con cui era costruito. Al di sotto il Foro di Nerva corre ancora oggi la Cloaca Maxima, monumentale condotto fognario che la tradizione faceva risalire all’epoca dei re, più esattamente al VI secolo a.C.: essa proviene dalla Suburra (quartiere della Roma antica corrispondente grosso modo all’attuale Rione Monti), attraversa il Foro Romano e il Velabro per andare a sfociare nel Tevere, subito a valle dell’Isola Tiberina.

Torre dei ContiLa Torre dei Conti fu fatta costruire da papa Innocenzo III Conti (1198-1216) per il fratello Riccardo verso il 1203. Intorno ad essa si andò formando sin da subito un complesso abitativo fortificato, dimora urbana della famiglia dei Conti fino a tutto il Basso Medioevo. L’edificio aveva in origine una struttura “a cannocchiale”, cioè composta da tre corpi progressivamente rientranti dal basso verso l’alto, testimoniata da numerosissime vedute storiche. La parte superiore crollò a seguito del terremoto del 1348, come raccontato da Francesco Petrarca. Un ulteriore, gravissimo crollo avvenuto nel 1644 portò alla demolizione parziale della Torre che minacciava rovina e che fu quindi ridotta all’altezza che possiede ancora oggi. Alla fine del XIX secolo la struttura ha subito pesanti interventi di trasformazione per ricavare appartamenti, con il totale stravolgimento della suddivisione interna dei livelli, l’inserimento di solai, la costruzione di una scala e l’apertura di nuove finestre. La suddivisione attuale in sei piani più il terrazzo appartiene a questa fase. Infine, negli Anni Trenta del secolo scorso la Torre fu isolata dagli edifici circostanti nel più generale contesto dell’apertura di Via dei Fori Imperiali. Scavi archeologici condotti nei suoi sotterranei nel 1934 hanno portato alla scoperta dell’esedra N/E del Templum Pacis (71-75 d.C.), l’unica superstite: si tratta di un vano quadrangolare, in origine aperto sul portico e verso la piazza del Templum.

Fori imperialiLa strada fu inaugurata nel 1932 con il nome di “Via dell’Impero” e fu aperta per unire Piazza Venezia al Colosseo. Per poterla realizzare fu necessario demolire il Quartiere Alessandrino, così chiamato dal soprannome del cardinal Michele Bonelli (nato presso Alessandria), il quale nel 1584 aveva dato impulso all’urbanizzazione di un’area in antico compresa nel Foro di Augusto ma a quel tempo occupata da un vasto terreno incolto chiamato “Orto di San Basilio”. Qui il cardinale aveva fatto anche realizzare Via Alessandrina, in parte ancora oggi superstite. La demolizione del Quartiere iniziò nel 1924 e procedette velocemente. Gli abitanti furono allontanati e gli edifici furono rasi al suolo per far posto alla nuova via e ai giardini che la avrebbero fiancheggiata. Degli edifici si conservarono solo le cantine e i pavimenti dei piani terra e dei cortili, in parte ancora sepolti sotto Via dei Fori Imperiali e in parte riportati alla luce dagli scavi realizzati dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali dal 1998.

Progettata da un anziano Michelangelo Buonarroti intorno al 1561 per volere di Papa Pio IV la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri si imposta su alcuni ambienti delle grandiose Terme Dioclezianee, gli stessi ambienti precedentemente utilizzati da un certo cardinale francese du Bellay che vi aveva fatto costruire una sua villa (1554).

La dedica si deve a un sogno visionario di Antonio Lo Duca: "vide una luce bianca più che neve che partiva dalla sala centrale delle terme di Diocleziano, allora in rovina, e nel mezzo a quella luce i Santi Saturnino con i Diaconi Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sisinio e il patrizio Trasone". Essi, insieme a S. Marcello, Papa, sono i sette martiri eminenti delle grandiose terme di Diocleziano. Antonio Lo Duca collegò il sogno alla sua devozione per i sette angeli (Michele, Raffaele, Gabriele, Jeudiele, Salatiele, Barachiele e Uriele) e capì che in questa visione gli era stato indicato il luogo dove sarebbe dovuto sorgere il grande tempio a loro dedicato. Marchiò coi loro nomi le colonne dell’aula grande del tepidarium e in seguito fece dipingere la copia del mosaico raffigurante la Madonna fra sette angeli della basilica di San Marco a Venezia che oggi campeggia nell’abside dietro l’altare maggiore.

Michelangelo non stravolse l’assialità degli ambienti concependo un edificio di culto unico nel suo genere e limitandosi a incorniciare le murature antiche coperte da monumentali volte a crociera. Di tutt’altro tenore l’intervento del Vanvitelli che, nel XVIII secolo, aggiunse otto colonne in muratura e sovrappose una facciata con portale a timpano secondo il gusto dell’epoca, in seguito distrutta per essere riportata all’essenziale struttura di mattoni nel 1911. Oggi si presenta con le artistiche porte di bronzo di Igor Mitoraj, scultore contemporaneo.

La basilica ospita opere mirabili tra cui, degna di nota, la grandiosa meridiana di Francesco Bianchini che Clemente XI nel 1702 fece installare sul pavimento marmoreo della grande navata, descritta da una lunga linea di bronzo e contornata da intarsi marmorei con astri e segni zodiacali.

Santa Maria degli Angeli e dei Martiri ospita monumenti funebri di celebri personaggi, artisti ed ecclesiastici ed è spesso scelta ancora oggi per funerali illustri.

Con questo nome si indicava, nei tempi antichi, il popoloso quartiere di insulae stretto tra le pendici del Quirinale e del Viminale, le carinae e i Fori. L’area aveva una brutta fama, nota per ospitare, tra le case delle famiglie plebee botteghe artigiane ma anche prostitute e ladri. Passeggiarvi di sera senza la scorta era considerato un rischio e, inoltre, era spesso soggetta agli incendi che numerosi divampavano e si estendevano velocemente tra i poveri caseggiati. Per separare il malfamato quartiere dalle monumentali piazze centrali e soprattutto per proteggere queste dal pericolo concreto del fuoco già in epoca augustea venne realizzato il poderoso muro di separazione che appariva come una grandiosa quinta alle spalle del foro di Augusto. Il muro è visibile ancora oggi coi suoi 33 metri di altezza in opera quadrata di pietra gabina con ricorsi di travertino e reca impresse, sul lato del Foro, le forme del tempio di Marte Ultore e di altre più recenti costruzioni ormai perdute. Gli unici passaggi avvenivano per forature ad arco di cui la più celebre è il cosiddetto arco de’pantani, che ricorda come l’area, in epoca medievale fosse ancora soggetta ad impaludamento.

L’odierna piazza della suburra si trova al crocevia tra via urbana e via leonina, un’edicola marmorea del XVI secolo scandita in più riquadri riporta in alto il nome dell’antico quartiere sormontato da una corona e ricorda l’antica chiesa di S. Salvatore alle Tre Immagini andata distrutta con l’apertura di via Cavour.

Un po' discosto dal nostro itinerario c’è la Chiesa di San Pietro in Vincoli.

Per accedere alla piazza omonima occorre attraversare via Cavour e intraprendere il passaggio coperto detto anche “scalinata dei Borgia”, sovrastato dal Palazzo rinascimentale che fu proprietà della potente famiglia e poi collegio dei minimi di San Francesco di Paola.

La chiesa è detta anche Basilica Eudossiana dal nome di Licinia Eudossa, moglie di Valentiniano III, che, nel V secolo d.C., la volle costruire a scrigno delle preziose reliquie delle catene che avevano costretto San Pietro alla prigionia, i vincoli per l’appunto. Si tratterebbe delle catene della prigionia di Gerusalemme fuse insieme, per miracolo, a quelle della prigionia romana, oggi conservate nell’urna bronzea di Andrea Busiri Vici al centro dell’altare maggiore.

L’aspetto odierno della Basilica, con la facciata e il portico ad arcate di Baccio Pontelli, risale al restauro cinquecentesco voluto da Papa Giulio II, lo stesso che commissionò la poderosa e monumentale tomba la cui costruzione tormentò per lunghi anni Michelangelo. Il celebre Mosè, fulcro del monumento funebre e capolavolo del Buonarroti, troneggia severo con le tavole della legge di Dio a destra nel transetto. Tra le pregevoli opere che si possono vedere all’interno della chiesa ricordiamo Sant’Agostino del Guercino, La deposizione di Cristo del Pomarancio e la Liberazione di Pietro del Domenichino.

Il Palazzo del Viminale sorge sul più piccolo dei sette colli di Roma, fu concepito da Giovanni Giolitti come sede dell'Esecutivo ed avrebbe dovuto ospitare il centro nevralgico del potere (in quegli anni la carica del presidente del Consiglio dei Ministri e quella del Ministro dell'Interno facevano capo ad una stessa persona).Fu progettato nel 1911 dall'architetto Manfredo Manfredi ed i lavori terminarono solo nel 1925 con l'inaugurazione ufficiale.Il complesso edilizio fu realizzato tra il 1911 ed il 1919, con decorazioni e rifiniture completate nel 1921, mentre la sistemazione del piazzale antistante e delle rampe di accesso furono ultimate nel 1930.

Il palazzo presenta un corpo centrale collegato armoniosamente ai laterali con un effetto scenografico accentuato dal prospetto di accesso davanti al quale campeggia una bella fontana realizzata su progetto dell’architetto Fulvio Morbiducci. E’ costituito da grandiosi frontali esterni cui corrispondono gli ampi spazi interni dei cortili collegati da una complessa rete di passaggi di comunicazione coperti.

Nella zona più monumentale del palazzo della Presidenza si possono ammirare l'imponente ingresso a tre fornici del palazzo della Presidenza, il vestibolo, gli elementi di collegamento tra questo e il palazzo degli Uffici, i grandiosi e severi ingressi secondari, i cortili dalle svariate aperture con le cornici, le grandi trifore ed i raffinati balconi angolari del palazzo della Presidenza. 

Degni di rilievo sono lo scalone d'onore del palazzo degli Uffici, la sala del Consiglio dei ministri ed il salone di ingresso dello scalone al piano nobile con le decorazioni in legno pregiato, marmi e stucchi e gli eleganti inserti a vetro. È da ricordare che sul retro del palazzo, oltre i giardini, esistono varie pertinenze tra cui un palazzetto che fu sede del Regio Istituto di Fisica dove Enrico Fermi condusse vari esperimenti insieme a quelli che poi furono chiamati i "Ragazzi di via Panisperna".

Come sopra menzionato, il piazzale fu realizzato successivamente rispetto al palazzo: in particolare, la fontana fu eretta soltanto nel 1929 per riempire il vuoto dell’emiciclo compreso tra le due grandiose rampe di accesso.

Nel 1924 il Governatorato di Roma bandiva un concorso pubblico per la progettazione di cinque nuove fontane da collocare in altrettante piazze della città. La commissione assegnò a Publio Morbiducci (1888-1963) un premio in denaro per il progetto presentato per piazza Mastro Giorgio a Testaccio, dove Pietro Lombardi (1894-1984), vincitore del concorso, realizzò la Fontana delle Anfore (attualmente in Piazza dell’Emporio). Nel 1929 prevalse il proposito di far installare l’opera di Morbiducci - con opportune modifiche - dinanzi al prospetto dell’imponente Palazzo del Viminale.

Contestualmente l’intera piazza venne ristrutturata: Morbiducci ne disegnò anche l’arredo che comprende la serie di aquile ad ali spiegate collocate sulle colonne che delimitano la duplice rampa carrabile, che porta all’accesso del palazzo, ed i sedili degli emicicli.

La fontana è costituita da un bacino mistilineo, posto ad una quota ribassata rispetto al selciato della piazza, al centro del quale si erge un massiccio basamento ornato da alcuni bassorilievi con la Lupa Capitolina, la corona turrita simbolo della città e le tre alture dello stemma del Rione Monti. Sulla sommità si trova un basso e largo catino quadrangolare, decorato da quattro finte maniglie circolari scolpite, da cui si riversa un velo d’acqua. La fontana è stata restaurata nel 1999.

Felice Peretti venne eletto Papa il 24 aprile del 1585 col nome di Sisto V. Sebbene il suo pontificato sia stato di breve durata – morì, infatti, il 27 agosto del 1590 – notevole fu il suo contributo alla Chiesa e alla città di Roma non solo in ambito liturgico, nei rapporti con gli altri sovrani o come capo di Stato ma anche nella pianificazione urbanistica e architettonica della città ridisegnandone il volto con numerosi interventi e commissioni di opere. 

Tra le varie attività da ricordare sono la costruzione del nuovo Palazzo del Laterano, una nuova sede per la Biblioteca Vaticana e il completamento della Cupola della Basilica di San Pietro. Uno dei maggiori interventi voluti da papa Sisto V fu la costruzione di una nuova via che collegasse Trinità dei Monti con San Giovanni in Laterano e la basilica di Santa Croce in Gerusalemme il cosiddetto “Rettifilo” o “Strada Felice” pensata non solo per migliorare la viabilità ma anche a supporto dei pellegrini favorendone il percorso. Numerosi sono i monumenti che, nel corso dei secoli, sono sorti lungo la via la quale, oggi, costituisce uno spaccato significativo della storia architettonica e artistica della città. Partendo da Trinità dei Monti, inaugurata proprio da Sisto V, si procede lungo via Sistina dove troviamo, all’imbocco della via, il cinquecentesco Palazzetto Zuccari con la facciata “rivista” da Filippo Juvarra nel Settecento. Superata via Sistina giungiamo a Piazza Barberini con la Fontana del Tritone realizzata da Gian Lorenzo Bernini nel 1643, da qui si procede per via delle Quattro Fontane dove troviamo l’ingresso di Palazzo Barberini uno dei maggiori capolavori architettonici del Seicento, oggi sede della Galleria Nazionale di Arte Antica. All’incrocio delle Quattro Fontane troviamo San Carlino del Borromini con le raffigurazioni di Diana, Giunone, del Tevere e dell’Arno. Proseguendo per via de Pretis, ultimo tratto della Strada Felice, si trova il Palazzo del Viminale sede del Ministero degli Interni e il Palazzo dell’Istituto Nazionale di Statistica, per poi giungere, tramite la Piazza dell’Esquilino, alla Basilica di Santa Maria Maggiore. 

Secondo quanto riporta la tradizione, fu la stessa Vergine Maria ad ispirare direttamente la costruzione di una chiesa a lei dedicata sul colle Esquilino apparendo in sogno a Papa Liberio (352-366) e al Patrizio Giovanni. Della fondazione originaria, oltre al passo del Liber Pontificalis nel quale è riportata la notizia, non si hanno certezze nemmeno fugate dagli scavi archeologici i quali non hanno evidenziato resti riconducibili all’impianto primigenio. E’ probabile che la prima fondazione risalga a Papa Sisto III (432-440) con impianto basilicale a tre navate al quale si aggiunse, nel Trecento, l’attuale transetto e la nuova abside. Preziosi e unici al mondo sono i mosaici di epoca paleocristiana della navata centrale e dell’arco trionfale risalenti al V secolo. Tra i più antichi mosaici cristiani presenti a Roma trattano, nella navata centrale disposte su due registri sovrapposti, le Storie dell’Antico Testamento dai Libri della Genesi, dell’Esodo e di Giosuè. Man mano che si procede verso l’arco trionfale, il ciclo musivo abbandona la spazialità di matrice classica palesandosi alla rivelazione di concetti trascendentali anche con l’utilizzo del fondo oro. Nell’arco trionfale gli episodi dell’infanzia di Cristo tratti dal Nuovo Testamento esprimono soprattutto la solennità degli eventi sacrificando ad essi il registro narrativo che appare più lento e solenne.  

I mosaici dell’abside risalgono, invece, alla fine del XIII secolo quando il francescano Girolamo Masci venne eletto Papa col nome di Niccolò IV (1288-1292). Il nuovo papa decise di ristrutturare la basilica demolendo l’abside e i suoi mosaici di V secolo inserendo un transetto tra la nuova abside e le navate. La decorazione del catino absidale venne affidata a Jacopo Torriti con la rappresentazione dell’Incoronazione della Vergine. Gesù e la Madre sono rappresentati assisi in trono all’interno di una sfera celeste circondata da spirali d’acanto all’interno dei quali troviamo, come in una foresta, aquile, pavoni, colombe. 

Altri tesori, oltre ai mosaici, sono conservati nella basilica che venne arricchita sempre più nel corso dei secoli. Il pavimento cosmatesco, ad esempio, risalente anch’esso alla seconda metà del XIII secolo o il soffitto a cassettoni della metà del XV secolo, il Presepe di Arnolfo di Cambio e numerose cappelle tra cui la Cappella Borghese, la Cappella Sforza e la Cappella Sistina. 

Oggi San Maria Maggiore rappresenta una delle maggiori testimonianze di spiritualità attraverso l’arte cristiana dei secoli. 

La Chiesa di Santa Maria dei Monti (detta Chiesa della Madonna dei Monti) sorge sul luogo dove un tempo si ergeva un convento di Clarisse, poi trasformato in case di abitazione e con un locale che fungeva da fienile. Nel 1579, durante i lavori di demolizione proprio di un muro del fienile appena citato, alcun operai udirono una voce che li pregava di non far male al bambino, fu in quell’occasione che venne rinvenuta la miracolosa immagine della “Vergine con il Bambino”, più conosciuta come Madonna dei Monti che ora è possibile ammirare all’interno della chiesa sull’altare maggiore.

Il ripetersi dei miracoli convinse papa Gregorio XIII a dare l’assenso alla costruzione della chiesa che venne progettata da Giacomo Della Porta nel 1580. La facciata, a due ordini, è caratterizzata da paraste e capitelli corinzi, ampie cornici, nicchie simmetriche ed un bel portale classico con loggia superiore colonnata: il tutto è chiuso da un timpano, sovrastato dallo stemma del rione (i tre monti) che sorregge una Croce. 

La cupola ottagonale poggia su un alto tamburo, anch’esso ottagonale, nel quale coppie di pilastri si alternano a finestre rettangolari, sormontate da timpani curvi o rettangolari. Sopra la cornice, i pilastri continuano idealmente in costoloni abbinati suddividendo la calotta in otto spicchi. La lanterna è opera di Carlo Rainaldi, che subentrò al Borromini, del quale ne modificò il progetto dimezzando il numero delle colonne e diminuendo di un quinto l’altezza.  La chiesa presenta pianta longitudinale con una sola navata ed è affiancata da tre cappelle per lato, un grande transetto e un'abside non troppo sporgente. L’altare maggiore, opera di Giacomo della porta, è costituito da un’edicola sormontata dalle statue del “Salvatore tra Angeli” e contenente la miracolosa immagine della Vergine con Bambino a cui si deve l'edificazione della chiesa.

All’esterno del complesso monumentale della Madonna dei Monti in via della Madonna dei Monti 40-41 è possibile ammirare sul muro tra la chiesa e l'ospizio dei Neofiti la lapide in memoria dei caduti nella prima guerra mondiale del rione Monti. Commissionata dalla locale sezione del gruppo fascista, la lapide venne realizzata nel 1927 da Oriolo Frezzotti e Ciro Filacchioni e inaugurata il 25 marzo del 1928 alla presenza del re d'Italia Vittorio Emanuele III. 

La lapide monumentale, in forma di edicola, è coronata da un frontone triangolare al cui centro è posta una testa di soldato con elmetto a tutto tondo. La lastra marmorea presenta un'iscrizione incisa su 8 righe a caratteri capitali rubricati in rosso, seguita dall'elenco di 140 caduti distribuiti su tre colonne, con specifica dei gradi militari. Tra la lastra e il frontone è presente una decorazione stilizzata a rilievo raffigurante tre aquile sovrastanti tre fasci alternati a tre scuri. Al di sotto della targa tre peducci in rilievo con il simbolo del rione (trimonzio), qui assimilato a dei proiettili.

Per celebrare la fine delle guerre di successione all’Impero e, soprattutto, la repressione della rivolta giudaica e la pacificazione del Vicino Oriente nel 70 d.C., l’imperatore Vespasiano (69-79 d.C.) decretò la costruzione di un tempio dedicato alla Pace, inaugurato nel 75 d.C. e noto come Templum Pacis.

Si trattava di una grande complesso monumentale incastonato tra l’Argiletum - antica via di attraversamento della Suburra che conduceva al Foro Romano e che pochi anni più tardi sarebbe stata monumentalizzata nel suo tratto finale attraverso la costruzione del Foro di Nerva - e le pendici della Velia, propaggine occidentale del colle Oppio abbattuta nel secolo scorso per la realizzazione di Via dei Fori Imperiali.

Il Templum Pacis era un ampio spazio di 110x105 metri abbellito da fontane circondate da siepi fiorite, chiuso da portici colonnati sui lati est e ovest, da una facciata monumentale a nord lungo l’Argiletum e da una serie di edifici dislocati sul lato sud, a ridosso della Velia. Di questi il centrale ospitava la statua della Dea Pace mentre i quattro ai lati (due per parte) erano destinati ad accogliere diverse funzioni e attività. Nell’ambiente immediatamente a destra dell’aula di culto era affissa la celebre Forma Urbis Romae, ossia la pianta di Roma (18×13 metri) incisa su marmo al tempo dell’imperatore Settimio Severo (193-211 d.C.), che aveva fatto restaurare il Templum Pacis dopo un violento incendio. Al tempo di papa Felice IV (526-530) nell’aula accanto a quella della Forma Urbis fu ricavata, ed è ancora esistente, la basilica dei Santi Cosma e Damiano.

Anche se dal IV secolo d.C. il complesso cominciò ad essere chiamato “Foro della Pace”, venendo così assimilato agli altri quattro Fori Imperiali, esso se ne differenziava però profondamente. Gli altri Fori erano, infatti, principalmente luoghi di amministrazione della giustizia; il Foro della Pace era invece caratterizzato, oltre che dal Tempio, dalla presenza di una ricca collezione di sculture e dipinti che, insieme ad una famosa biblioteca letteraria e scientifica (la Bibliotheca Pacis), ne faceva una sorta di “polo culturale” e di contenitore delle opere dell’ingegno umano. Del Templum Pacis resta oggi visibile il settore sud-ovest a ridosso del Foro Romano, con le sette colonne ricomposte nel 2015 con spezzoni originali in granito. Gran parte delle sue strutture antiche sono ancora sepolte sotto via dei Fori Imperiali e largo Corrado Ricci.

Deviando dal percorso pedonale si possono raggiungere due complessi archeologici e monumentali tra i più importanti della Roma antica: i Mercati e il Foro di Traiano.

Mercati di Traiano - L’ingresso ai Mercati di Traiano è in via Quattro Novembre 94. Costruiti a ridosso delle pendici del Quirinale, questo spettacolare capolavoro dell’ingegneria romana costituisce un insieme di edifici distinti articolati su sei livelli e separati da vere e proprie vie urbane. Il monumento è stato realizzato agli inizi del II secolo d.C., contemporaneamente al Foro.

Pianta e alzato degli ambienti si adattano agli spazi disponibili e ai dislivelli. I vari ambienti erano utilizzati probabilmente come uffici e archivi collegati alle attività amministrative e giudiziarie che si svolgevano nei Fori Imperiali. Trasformati nel corso dei secoli in fortezza (XII-XV secolo), convento (XVI-XIX) e caserma (XIX-XX), oggi i Mercati di Traiano sono visitabili e ospitano nella parte alta il Museo dei Fori Imperiali, nel quale sono esposti importanti reperti scultorei provenienti dai cinque Fori e nel quale sono spesso allestite mostre temporanee 

Foro di Traiano - Si accede all’area archeologica del Foro di Traiano in piazza del Foro di Traiano; l’ingresso è presso la Colonna di Traiano. Questo è l’ultimo e il più splendido dei cinque Fori e fu voluto dall’imperatore Traiano (98-117 d.C.) per arricchire l’insieme delle piazze forensi e dotarle di nuovi ambienti destinati all’amministrazione della giustizia. A questo era infatti dedicata l’immensa Basilica Ulpia, il cui settore centrale è stato scoperto in occasione degli scavi promossi dal Governo Napoleonico tra 1811 e 1814.

È infatti in questo periodo storico che viene rinvenuto il primo settore del Foro di Traiano e dei Fori Imperiali: entrando nell’area oggi si entra in realtà in quello che chiamiamo il “Recinto di Pio VII”, dal nome del papa che ha portato a termine quei lavori dopo la fine dell’occupazione francese di Roma. Un’altra vastissima porzione della piazza del Foro è stata scoperta con gli scavi del 1998-2000 e con le ultime indagini archeologiche di via Alessandrina.

Il Foro di Traiano era composto da una grandissima piazza di 110x85 metri, con colonnati sui lati est e ovest, un ingresso monumentale sul lato sud (a ridosso del Foro di Augusto) e la Basilica Ulpia sul lato nord. Oltre questa era un cortile, sul quale affacciavano due biblioteche e al centro del quale era la Colonna, splendido monumento di arte romana che racconta la conquista della Dacia, completata da Traiano nel 106. Contravvenendo all’uso di seppellire i morti fuori del pomerio, le ceneri di Traiano furono raccolte in un’urna d’oro e riposte nel basamento della Colonna, a celebrare così l’eccezionalità di questo imperatore considerato un ottimo sovrano ed esempio di giustizia e coraggio militare.

Arrivati nella piazzetta su cui affaccia la chiesa dei Santi Quirico e Giulitta, con una brevissima deviazione verso nord lungo via di Tor de’ Conti si può raggiungere e vedere la parte più monumentale del Foro di Augusto: il gigantesco muraglione costruito in blocchi di pietra gabina e filari di travertino che delimitava il Foro verso la Suburra, alto 33 metri e ancora praticamente intatto dopo 2000 anni.

Il secondo dei Fori Imperiali (il primo, anche se a costruirlo non fu un imperatore, è il Foro di Cesare) fu edificato da Ottaviano Augusto tra il 42 e il 2 a.C. per dotare Roma di una nuova splendida piazza monumentale porticata e ampliare gli spazi pubblici dedicati all’amministrazione della giustizia. Il cuore del nuovo Foro era il Tempio di Marte Ultore, ossia “Vendicatore” (dal latino Ultor), la cui costruzione era stata promessa al dio della guerra da Ottaviano in persona prima della battaglia di Filippi, combattuta insieme a Marco Antonio nell’ottobre del 42 a.C. contro Bruto e Cassio per vendicare (da qui il nome) l’uccisione di Giulio Cesare. 

Il Tempio si appoggiava al grande muraglione, che fungeva non solo da recinto per il Foro ma anche da barriera di protezione dai frequentissimi incendi che si sviluppavano nella popolare Suburra, essendo la pietra gabina di cui è fatto ritenuta ignifuga. Nel muraglione si apre ancora oggi uno degli antichi archi di accesso al Foro, chiamato dal XVI secolo “Arco dei Pantani”. Dall’Arco si possono vedere le tre colonne superstiti dell’antico Tempio.